Cornershop: When I was born for the 7th time

16 LUGLIO 2019 | NICOLO’ ARPINATI

Una volta Andrea Levy ha scritto che “Any history book will show that England has never been an exclusive club, but rather a hybrid nation. The effects of the British Empire were personal as well as political. And as the sun has finally set on the Empire, we are now having to face up to all of these realities” (articolo intero →The Guardian) e questo ci appare ancora più evidente se guardiamo a Tjinder Singh, il quale, tanto per restare in tema di black-british-literature, avesse avuto dieci anni in meno, avrebbe tranquillamente potuto essere un personaggio di Zadie Smith: di discendenza indiana, certo, ma nato in Inghilterra e cresciuto con le stesse passioni e gli stessi riferimenti culturali di qualsiasi altro giovane suo connazionale (e, per estensione, occidentale).

Tanto che il capolavoro When I Was Born For The 7th Time suona quasi come un’improvvisa e tarda presa di coscienza delle proprie radici indiane, come se prima effettivamente Tjinder Singh non le avesse mai affrontate davvero, nonostante con giocosa autoironia avesse chiamato il proprio progetto musicale (un collettivo fondato insieme al fratello Avtar Singh di nascosto dal padre) Cornershop, come il nomignolo con cui vengono appellati i negozietti di bengalesi, pakistani e indiani (diffusi dalle città inglesi fino ai portici di Bologna e persino nella Springfield dei Simpson’s):

esagerando, per proseguire con i paralleli con la black-british-literature, l’ascolto di When I Was Born For The 7th Time ricorda l’aneddoto della Levy sulla propria presa di coscienza, quando a un corso di formazione, chiesero ai partecipanti di dividersi tra bianchi e non e lei, cresciuta in un contesto ancora fortemente influenzato dalla pigmentocrazia che i governanti britannici applicavano in Giamaica, si diresse verso i bianchi prima di essere corretta e costretta ad aprire gli occhi. Se per la scrittrici dalle origini caraibiche, la reazione fu quella di chiudersi in casa per le settimane successive, Tjinder e soci hanno scelto invece di chiudersi in studio di registrazione (anzi in vari studi di registrazione, sparsi tra Londra, San Francisco e il Lancashire) per realizzare un’opera che travalica i confini di genere e fotografa una realtà, quella degli anni novanta, che brama (anche sinceramente), promuove mediaticamente e sperimenta contaminazioni e multiculturalità, ma specialmente in Inghilterra ha ancora in testa i fiumi di sangue di Enoch Powell, l’ascesa del National Front e le politiche aggressive della Tatcher.

When I Was Born For The 7th Time non è però un album world, piuttosto un disco che si pone proprio all’incrocio tra più mondi: Oriente e Occidente, India e Inghilterra, ma anche gli Stati Uniti della beat-generation (omaggiata esplicitamente in una When The Light Appears Boy realizzata in collaborazione con il poeta Allan Ginsberg) e dell’hip-hop (il rapper californiano Justin Warfield presta le sue rime sguaiate nel vivace crossover punjabi di Candyman, mentre il producer nippo-americano Dan The Automator Nakamura si siede dietro la consolle per ben tre brani, tra cui spicca il sardonico brit-pop di una Good Shit che, tra scratches in libera uscita, interruzioni radiofoniche e un drumming indolente, pare anticipare il punk-funk dei primi Gorillaz).

La tracklist, straordinariamente organica nonostante le numerose inflessioni e direzioni sperimentate, sfrutta proprio l’influenza dell’hip-hop (i cui battiti morbidi ed i campionamenti spesso volutamente grezzi e approssimativi fanno da sottofondo a quasi tutti i brani) per saltare agilmente da un continente all’altro, da un genere all’altro: così dalla gommosa folkotronica dell’iniziale Sleep on the Left Side si può passare con nonchalance al vero momento topico dell’album, la celeberrima Brimful of Asha (ancora più famosa nella versione remixata da Fatboy Slim), un omaggio all’enorme tradizione del cinema musical bollywodiano (incarnato per l’occasione dalla cantante Asha Boshle) che diviene per estensione un tributo più generale alle musiche che ci accompagnano durante la crescita. Così Bollywood appare quasi come un preludio e insieme una metafora di tutte le passioni sviluppate e gli ascolti affrontati successivamente (nella canzone vengono citate infatti le etichette Trojan e Argo Records, il cantautore francese Brassens e uno dei padri illustri del glam-rock, Marc Bolan).

Indubbiamente vertice dell’opera, Brimful of Asha, non inficia sulla resa dei restanti brani: spiccano tra i momenti più nineties e gioiosamente caotici il trip-hop di Butter the Soul (praticamente una versione orientale della Beta Band più giocherellona) e il melting pot declinato in musica di We’re In Yr Corner, rumoroso ed eccitante crossover tra un rapping sguaiato, alt-rock, ritmi urbani e idiomi che si contaminano, mentre tra quelli più rétro, quasi seventies, meritano una citazione l'(azzeccata) psichedelia dilatata di It’s Indian Tobacco My Friend e il country-pop della classica Good To Be On The Road Back Home con il featuring di Paula Frazer.

Che poi il disco venga chiuso dalla cover (approvata da Sir Paul McCartney in persona) in lingua hindi di Norvegian Wood (primo brano pop occidentale ad avere il sitar tra gli strumenti) non è affatto casuale: è soltanto un cerchio che si chiude.

NICOLO’ ARPINATI – appassionato di musica a 360 gradi (ma specialmente di elettronica, black, world e cose weird), ha scritto in passato per HotMc, IndieForBunnies, Vice Italia e Il Mucchio Selvaggio, prima di entrare stabilmente nella redazione di Sentireascoltare.

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