Iosonouncane: La Macarena su Roma

9 LUGLIO 2019 | R.G. GENERATOR

Dovrò ammetterlo: benché vada piuttosto fiero di essere un ascoltatore attento al meglio di tutto ciò che di interessante circoli sulla tanto affollata quanto stantia scena musicale patria (che implica la disponibilità ad ascoltare le lagne di qualsiasi gringo con una chitarra acustica e un sogno), sono arrivato piuttosto tardi a scoprire un album che, a mio singolare avviso, rappresenta una piccola grande perla del cantautorato nostrano. All’inizio non ne ero certo, ma dopo diversi mesi ad ascoltare e riascoltare questo disco, e averlo fatto sentire agli amici, ottenendo grossomodo la stessa reazione, ovvero divertimento e stupore, ho deciso di dedicargli un pezzo. Sto parlando di un lavoro che, malgrado presenti tutte le asperità tipiche di un disco d’esordio, risulta affascinante, coinvolgente e viscerale proprio per questo motivo. Il disco di cui sto parlando è “La Macarena su Roma” del cantautore sardo naturalizzato bolognese Jacopo Incani, alias Iosonouncane, uscito nel 2010 per “La Famosa Etichetta Trovarobato”.

Malgrado Iosonouncane sia riuscito a confermare il suo straordinario talento musicale e la sua vena lirica col più epico ma non meno ispirato “Die” (2015), che potrebbe considerarsi “La Voce del Padrone” degli anni Dieci, La Macarena trasuda ancora, a quasi dieci anni di distanza, quel fascino oscuro di un viaggio straniante attraverso le lande desolate di un mondo post-apocalittico alla Ken Shiro. E lo fa attraverso una lezione di stile abbondantemente grottesca e truce quanto brutalmente iperrealista, servendosi soltanto della sua voce di due campionatori, una loop station e una chitarra, in pura filosofia Do It Yourself, ma assolutamente fuori dagli schemi.

Il riferimento a Battiato non è arbitrario, infatti, il disco si apre con un brano che, nonostante alluda a quella spiaggia solitaria e metafisica dell’avanguardista catanese, descrive qualcosa di molto diverso da ciò che poteva stuzzicare l’immaginazione dei teenager nati nel periodo del Miracolo Economico, pronti a lanciarsi nel caos degli anni Ottanta: questa volta “gongola e invade la spiaggia una folla selvaggia che invoca a gran voce la versione in carne ed ossa delle morti viste in TV”.

E il desiderio del pubblico televisivo non tarderà ad essere accontentato dal naufragio della nave di migranti accolto dallo scherno e dall’indifferenza degli astanti. Così il brano non può che sfumare su un tripudio di cori da stadio sul tema di “Seven Nation Army” (tanto cari ai nostalgici del 2006) che fanno da sottofondo sino a inghiottire le urla di un bambino che affoga mentre qualcuno gli urla: «Bevi negro! Sei un negro!? E allora bevi!». Se l’esordio di “Summer on a spiaggia affollata” non è stato sufficiente a calarvi nel clima grottesco e sinistro del disco, interviene il brioso “Boogie dei piedi” a irrompere con la sua batteria elettronica lo-fi e un allegro cinismo che non può non farvi battere il piedino e canticchiare sul ritornello “Era quello lì, era quello lì, io l’ho guardato molto bene, l’ho ascoltato molto bene, non parlava, non sapeva una parola, non sapeva una parola d’italiano” con tanto di dito puntato. La forza dei primi due brani è tale proprio per la capacità dell’autore di affrontare tematiche estremamente serie attraverso lo strumento di una satira che abbraccia il male e con esso si fonde sugli accordi maggiori di brani saltellanti, senza la pretesa di farti nessuna morale e la ricercatezza espressiva di una lingua parlata di registro basso e scorretto (Vedi “se saprei come fare, te lo giuro, mentre dorme, gli brucerei l’automobile e i bambini stanotte” de “Il Boogie dei piedi”). Si tratta di qualcosa che va oltre gli strumenti della satira tradizionale appropriandosi di quelli della stand-up comedy.

E il viaggio prosegue con la straniante “Il corpo del reato”, brano meno coerente dal punto di vista narrativo ma estremamente variegato per le suggestioni e la quantità di episodi familiari che evoca nella mente dell’ascoltatore (un tempo si sarebbero chiamati correlativi oggettivi probabilmente). In fondo, si tratta soltanto di quattro urla su una manciata di accordi di chitarra e qualche tastierino giocattolo che accompagnano e raccontano di una comune morte sulla strada. Eppure il risultato è struggente perché il racconto della fine di una vita viene ridotto a una somma di comunissimi effetti personali indossati da un corpo steso sull’asfalto, non soltanto senza nessuna compassione ma con grande sprezzo. Al termine del brano, scivoliamo in groppa a una serie di campioni direttamente alle porte dei “Grandi Magazzini Pianura”, dove, alla foce di un capitalismo selvaggio e spietato veniamo travolti da “cellulari, diserbanti, lavatrici, sgrassatori, vernici, utilitarie, televisori,

friggitrici, pneumatici, detersivi, spazzolini, insetticidi, dentifrici, dimagranti, antidepressivi”. Se si finisce nella macchina non c’è via di scampo: si diventa automaticamente un anello di quella catena post-fordista che non potrà che renderti un cadavere “da intervistare e portare a votare”.

L’atmosfera si fa ancora più cupa durante il funerale celebrato per le morti sul lavoro accompagnate dalle note di un circolare riff di tastiera in “Torino pausa pranzo”. In questo caso è proprio la morte a sfilare per le strade della città descrivendo uno scenario sociale spaventoso e deprimente fatto di superficiale devozione e totale indifferenza. Ma il clima si attenua lievemente con le tracce “Rifacciamoci la bocca coi cibi buoni di gusto”, “I Superstiti”,“Il Sesto Stato”, “Il famoso gol di mano” e “Il Ciccione” prima della lunga cavalcata della title track. Il primo brano non è altro che un delirio di tastiere con un loop della Clerici che ripete: «Rifacciamoci la bocca con i cibi buoni di gusto» per due minuti scarsi. Il secondo di questa trance è probabilmente il più autobiografico dei brani di Incani, che racconta del suo surreale incontro con Gramsci nel call center in cui lavorava prima di dedicarsi esclusivamente alla musica; tuttavia, in buona sostanza, si tratta dell’introduzione a “Il Sesto Stato”, traccia che, in qualche modo, motiva il nome del progetto: sulle note di una chitarra da chansonnier d’altri tempi racconta di come i cani abbiano preso in carico la necessità e la responsabilità della rivoluzione quando “invecchiano nel silenzio dei call center i prigionieri politici mentre i superstiti stipati negli aperitivi si incatenano solidali alla libertà di potersi incatenare”. “Il famoso gol di mano” prosegue la perculata al mondo calcistico descrivendo la rivolta scatenata dalla “mano de dios” di maradoniana memoria, mentre “Il Ciccione” ci regala l’ennesimo inquietante ritratto di impotenza e rassegnazione. Così si giunge a “La Macarena su Roma”. Con questo brano di oltre nove minuti sconfiniamo in un territorio inesplorato da parte del songwriting: dopo l’ormai classico allucinato tappeto di campioni televisivi, la parola viene concessa a un telespettatore medio, la cui voce richiama i personaggi deliranti di Superwoobinda di Aldo Nove, che si avventura in un dialogo tra il recitato e il cantato con la televisione, mentre si gode le ore di meritato zapping post-lavorativo. E, in questo caso, l’effetto che Iosonouncane riesce a ottenere facendo interagire la sua voce coi campioni televisivi è magistrale.

Foto di Silvia Cesari

Ma, a un certo punto, ciò a cui assiste il nostro telespettatore ha dello straordinario: i partecipanti a uno spettacolo di varietà formano insieme al pubblico un trenino danzante sulle note della Macarena che esce dagli studi televisivi di Cinecittà e balla per le strade della capitale sino a raggiungere i palazzi del potere, a mo’ di marcia.

E lo spettacolo che la farsa offre agli spettatori/ascoltatori è a dir poco esilarante. Il brano si conclude col lancio di un televoto che ribalta il significato del celebre verso di GaberLa libertà è partecipazione”, in maniera inquietante e sinistra.

Va da sé che la riflessione politica sul potere televisivo esercitato sull’opinione pubblica è evidente, ma il modo in cui viene messa in musica è di grande efficacia. In questo brano Incani tira fuori strumenti espressivi che attinge da tradizioni musicali completamente agli antipodi rivelandosi un istrionico MacGyver del DIY. Vorrei ancora ricordarvi che scrisse, interpretò e suonò i brani in studio praticamente da solo (oltre ad essersi avventurato senza nient’altro che una chitarra, due Roland SP404 e una loop station in un tour promozionale).

L’album si conclude con “Giugno”, epilogo che rivela come tutti i personaggi che hanno preso la parola sin ora non fossero altro che sogni del medesimo protagonista, configurando il disco come un concept atipico e un po’ sgangherato per la sua natura frammentaria e poco didascalica (almeno nella prospettiva del fruitore).

Cos’altro aggiungere? Probabilmente sarà il tempo a stabilire il valore di questo lavoro. Non si tratta di qualcosa di immediato e piacione. In un circuito indipendente il cui dibattito delle idee si è progressivamente appiattito servirebbero più album del genere. Una riflessione seria sul mondo dei media e il loro rapporto con l’opinione pubblica è sempre stata presente nell’ambiente degli addetti ai lavori dello showbiz e dell’informazione, ma nessuno si era avventurato in un opera musicale di tale portata. Senza considerare i riferimenti ad argomenti ormai tradizionali in ambito cantautorale come il lavoro, la lotta di classe e la sperequazione sociale tanto cari a De André, Guccini, Lolli, Pietrangeli, Gaber e Dalla, e il più attuale tema dell’accoglienza che danno al disco quel sapore di denuncia che non guasta mai. Ma il tono e lo stile sono qualcosa di davvero inedito. Non ci sono inni alla rivoluzione né manifesti ideologici. La tesi di Iosonouncane è: «Le cose potrebbero andare così e stiamo correndo in questa direzione, mo che famo?». In certo modo potrebbe ricordare i pensieri di Mark Fisher espressi in Realismo Capitalista. Per la sua natura verbosa, questo lavoro di Incani è stato paragonato a quello di Brondi de Le Luci Della Centrale Elettrica, ma, a un attento confronto tra le due penne, ci si renderebbe conto che, malgrado la possibile comune influenza degli scrittori della Beat Generation sui due, il sardo è un più abile scrittore e buon musicista. Ma la musica non è una gara. Di sicuro c’è che non si sentiva qualcosa di tanto provocatorio e stimolante, nonché storto e ostico, dai lontani tempi di “Hai Paura del Buio?” degli After. Magari mi sbaglio. Ma magari no.

R. G. GENERATOR 

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Iscriviti alla Newsletter

Accetto i termini e le condizioni stabilite sulla Privacy Policy