Isolati in città, con Gaber e Fabi

9 APRILE 2020 | MADDALENA PONDINI, ALBERTO MARCELLI

Luigi Ghirri, “Casa Benati” 1985

Questo periodo è un po’ come un passaggio forzato, che ci ha costretto a staccare dalla frenesia di tutti i giorni, da una vita che ruota spesso attorno a sé stessi, da una routine che ci trasporta senza che nemmeno ce ne accorgiamo. E per chi ha la fortuna di viverlo serenamente nella tranquillità di casa propria può essere visto come un’occasione per fermarsi a riflettere, su sè stessi, su ciò a cui si era abituati, su ciò che consideravamo normale nella nostra vita e forse pensandoci un po’ su capiremmo che non ne siamo del tutto consapevoli. E in fin dei conti tutto questo pensare non è un po’ un voler ritrovare un senso di appartenenza a qualcosa? Perchè in fondo l’individualità a cui siamo abituati perde di significato quando si estremizzano le condizioni al contorno, proprio come in questo momento. 

Lo dice bene Gaber che nella Canzone dell’appartenenza racconta di come la dipendenza dall’altro sia un bisogno primario dell’uomo fin dal momento in cui nasce. In genere si percepisce un sentimento di appartenenza ad un gruppo sociale, che sia la famiglia, gli amici, il lavoro, un sentimento che però in questi giorni molti di noi si trovano a dover reprimere e limitare ed è proprio questo limite che ci dovrebbe spingere a realizzare quanto forte sia il nostro senso di appartenenza. Ma (metterei “e in effetti”?) Gaber sembra quasi voler essere anche di conforto con questo testo, suggerendo che “L’appartenenza non è lo sforzo di un civile stare insieme, non è il conforto di un normale voler bene, l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé”.

E forse dovremmo proprio stare ad ascoltarlo, soprattutto quando si riferisce agli uomini del passato dicendo che avevano “La misura del dovere e il senso collettivo dell’amore”… sarà mica un monito a noi uomini del presente che, come dice lui, andiamo sempre più verso noi stessi

Come sappiamo bene, sentirsi parte di qualcosa vuol anche dire aggregazione, termine che in questi giorni sentiamo tanto ricordare come cosa da evitare. Gaber non si dimentica di citare nemmeno questo aspetto dell’appartenenza, sottolineando come non sia l’apparente aggregazione che ci permette di vivere pienamente le relazioni. E allora visto che siamo forzati a evitare qualsiasi tipo di aggregazione in questo periodo, cerchiamo di trarre beneficio da questo duro isolamento per riflettere anche su questo, per dare un valore ai rapporti che abbiamo e al modo in cui abitualmente li viviamo.

Gaber, insieme al co-autore Sandro Luporini, portava in giro per i teatri di Italia queste riflessioni alla fine degli anni ‘90, ed è ancora utile, non solo per la situazione che stiamo vivendo, ma perché ci spinge ad analizzare in maniera critica il nostro modo di vivere.

Una quotidianità che in questo periodo, nella sua ormai ridondante ritualità, pare opprimente e che è inevitabile che si scontri con una realtà fatta di spazi, che non sono altro che le mura delle nostre case o, nei pochissimi casi in cui è possibile uscire, nelle vie e nei palazzi.

Perché, anche se a prima vista paradossale, questa situazione inedita non fa altro che ridefinire il nostro rapporto con la città, il nucleo urbano che sempre più spesso sembra essere disegnato come difficile, ostile, contrario a tutti quei motivi che, bene o male, hanno portato alla formazione della città: l’aggregazione e la socialità.

Non a caso, in queste lunghe giornate, ci era tornata alla memoria una canzone, diffusissima in radio una manciata di anni fa, in cui un Niccolò Fabi, abbagliato da quella tradizione di songwriting a là Sufjan Stevens, si era messo a cantare la condizione della città che, da luogo di incontro, scontro e opportunità, 

era trasformata in una situazione paradossale di impersonalità, e in un luogo di passaggio caotico e indefinito, in cui la coesione e il prendersi cura sembra lasciar spazio a un individualismo sfrenato e deleterio che privilegia la spersonalizzazione, la dis-umanità e il profitto.

Per carità, magari non starà a noi in questa sede indagare e risalire alle cause e concause di tutto ciò, dai cambiamenti sociali o da imposizioni economiche, ma ascoltando più volte il pezzo, in tutto ciò, ha davvero perso la città? Ha davvero perso la città intesa come luogo di associazione, in cui davvero la gente ha perso il fiato per parlarsi?

Sembra paradossale, ma in questi giorni neri, in cui ogni cosa corre sul filo del rasoio e in cui davvero ogni possibilità di incontro sembra ridotta ai minimi termini, quel senso di coesione, di aggregazione e crescita sembra aver abbattuto barriere su barriere, facendo rinascere in noi un senso di appartenenza a una comunità che non conosce ceti sociali e che rende ininfluente qualsiasi tipo di credo o convinzione: perché nonostante tutto nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; che ci piaccia o meno, siamo parte di un tutto che nemmeno un’apparente spersonalizzazione degli spazi in cui viviamo, dai quartieri-dormitorio ai “non luoghi” di passaggio e di commercio a favore dell’effimero possono erodere.

E quindi forse, in fin dei conti no, la città non ha perso, non perderà e anzi, è dalle avversità che vengono poste le fondamenta per una ricostruzione che metta finalmente la persona al centro di tutto, con i suoi legami, le sue opportunità e le sue aspettative, per uno spazio a misura d’uomo, in cui alla fine ritrovare sé stessi e gli altri, e allora facciamoci forza in questo periodo di lontananza perchè staremo rafforzando la consapevolezza che, dopotutto, “L’appartenenza è avere gli altri dentro di sé”.

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