La necessità della scena nujazz londinese

8 DICEMBRE | ELISA FONTANA

Nell’aria di Londra, nei suoi quartieri e sobborghi, si respira un profumo forte, pregnante e invadente, un odore che risulta impossibile ignorare: quello della rivoluzione. Un movimento silente ma altisonante, quieto ma roboante – una rivoluzione che suona a ritmo di jazz. In un’Europa multietnica, piuttosto accogliente e in costante via di miglioramento, la capitale inglese si presenta come un’oasi di libertà e inclusività, anche in termini musicali. 

In un contesto come quello londinese, dove ogni stimolo trova un suo angolo per svilupparsi e crescere, ha infatti trovato una sua nicchia anche la cultura jazz. Se questo è da sempre un genere che si fa portavoce delle ingiustizie sociali, la cui complicatezza formale si presta all’espressione del tormento dell’artista, spesso condiviso con una minoranza culturale, bisogna concedere a questo filone musicale una certa coerenza, poiché ancora oggi ricopre il medesimo ruolo.

L’insoddisfazione jazz delle seconde generazioni:

Un tema tanto attuale quanto discusso è quello del razzismo nei confronti dei figli di seconde generazioni, ragazzi nati e cresciuti in un determinato paese ma discriminati poiché i genitori sono di un’etnia differente da quella del paese che abitano. A partire da un caso come quello di Ghali, rapper italo-tunisino che ha sollevato la questione ponendola sotto ai riflettori dell’audience italiana, sono oramai milioni i giovani che, in tutto il mondo, si ritrovano addosso lo sguardo torvo di molti passanti solo perché la loro conformazione genotipica non corrisponde a quella “benvenuta”.

Un fenomeno come quello delle seconde generazioni non può che collegarsi a un altro grosso dilemma della società contemporanea, ovvero il tema della rappresentatività. Come si può pensare che un essere umano con un bagaglio culturale ricco e variegato, delle tradizioni familiari legate a un paese totalmente diverso da quello in cui si ritrova ad abitare, possa essere rappresentato in maniera giusta da leader uniculturali, tutti figli della stessa nazione, che non possono che limitarsi  a considerare le minoranze culturali con l’occhio di un turista che ammira l’esotico?                           

Anche la capitale inglese, nonostante la nota apertura mentale dei suoi abitanti, non si esime dall’essere teatro di questo fenomeno, seppur magari si manifesti in forme più edulcorate del mero, becero razzismo metropolitano. In un tale contesto si è sviluppata quella che è ad oggi considerata una vera e propria nuova ondata di musica jazz. Da Shabaka Hutchings ai Kokoroko, da Zara McFarlane a Moses Boyd, moltissimi sono gli artisti che, in una scena culturale incredibilmente amichevole e collaborativa, si stanno dando da fare per diffondere nel mondo una musica che faccia la differenza e che riporti alla luce delle tradizioni poco note, per non dire sopite.

La Giamaica nelle melodie di Zara McFarlane:

Un flusso nujazz di natura prevalentemente afro-caraibica quello londinese, e non perché sia di duplice natura, quanto più perché racconta e rappresenta la diaspora di un popolo. Moltissimi schiavi africani furono portati, durante il periodo della colonizzazione, nei Paesi dell’America Centrale – Giamaica, Barbados, Trinidad – e con loro hanno attraversato l’oceano anche la cultura locale e la tradizione musicale. Ne è un esempio la musica kumina, tradizione nata dall’emigrazione di una moltitudine di schiavi congolesi in Giamaica. Molti sono gli artisti appartenenti a questa nuova corrente jazz che possono dichiararsi fieri figli di questa commistione culturale: 

ne è uno straordinario esempio Zara McFarlane, cantautrice figlia appunto della cultura afro-giamaicana e della tradizione musicale kumina. E quello “straordinario” non è attributo casuale, ma sintomo della curiosità che la McFarlane, più di altri artisti, ha dimostrato nei confronti delle sue radici. Scavando nel suo passato e nel suo heritage, tornando numerose volte in patria per indagare sulle specificità delle sue tradizioni, ha saputo partorire album come Arise (2017) e Songs Of An Unknown Tongue (2020). Attraverso i suoi testi veicola un messaggio di inclusività e di sensibilità:

Everything is connected

Although you cannot see the roots that hold us

Everything is connected

Although you cannot see the roots that hold us

Questo è il ritornello della sua Everything Is Connected, una delle punte di diamante del suo ultimo album, frutto della più immersiva delle ricerche in patria. Tutto è connesso, nonostante non possiate vedere le radici che ci uniscono, è questo che Zara McFarlane vuole comunicare con la sua musica: siamo tutti legati da unioni ancestrali, da geni che, prima o dopo nella nostra genealogia familiare si sono venuti a incrociare. E risulta inevitabile tornare, a questo punto, al precedentemente menzionato Ghali che, nella versione deluxe del suo ultimo album DNA, ha inserito un DNA test per incentivare i suoi giovani (e non) ascoltatori ad andare a scoprire quali siano i geni che compongono il proprio DNA e quali – ma soprattutto, quante siano le etnie che li colorano e che li rendono esseri umani tanto speciali e unici, cercando di combattere un razzismo ingiustificato, irrazionale, frutto solo di bigotti, provinciali preconcetti spesso di provenienza familiare che può essere estirpato solo aprendo gli occhi delle nuove generazioni. Ghali stesso, nell’effettuare il test del DNA, ha mostrato di avere più del 20% di geni italiani, dimostrando come “l’italianità” per la quale si è tanto battuto da quando ha messo piede nella scena rap italiana fosse, per ironia della sorte, qualcosa di già suo e di già contenuto nei suoi geni.

La vostra regina è un rettile:

Un altro caso che risulta impossibile non menzionare, fosse solo per la sua maestria tecnica, è proprio Shabaka Hutchings, indiscusso re contemporaneo del clarinetto e del sax tenore e – risulta necessario menzionarlo alle finalità di quest’articolo – barbadiano innestato nella capitale inglese. Colosso creativo dalla personalità eccentrica purtuttavia umile e modesta, King Shabaka (suo pseudonimo on stage) è attualmente leader di tre diversi ensemble: The Comet Is Coming, trio electrofunk dalle sonorità spaziali; Shabaka And The Ancestors, ensemble anglo-sudafricano che porta in scena 

messaggi di umanità e inclusività sorretti da un jazz tribale a dir poco complesso e i Sons Of Kemet, quartetto afrojazz di ardita composizione sul quale ci soffermeremo ora. Più che indagare il loro ensemble o la loro storia, ci interessa dare uno sguardo al loro ultimo album, uscito nel 2018, Your Queen Is A Reptile. Terza avventura discografica dei Sons Of Kemet, questa corona a nove tracce è una cavalcata in omaggio a nove donne di colore che hanno fatto la storia e che i quattro membri indicano come loro leader. Uno statement molto coraggioso il loro, non tanto per la scelta di intitolare ogni traccia “My Queen Is…” (seguito dal nome della regina, da Angela Davis a Harriet Tubman), quanto più per il titolo, di inequivocabile interpretazione vista l’attuale situazione di monarchia costituzionale vigente nel Regno Unito e visto il loro pubblico prevalentemente inglese, data la loro zona di provenienza. Shabaka, in un’intervista, ha parlato della genesi di questo album affermando:

“La contraddizione tra l’essere un cittadino britannico e avere delle origini caraibiche, il contrasto di una sensazione vissuta come conflittuale e parecchi interrogativi. Quali sono i miei veri diritti? Chi mi rappresenta davvero? I leader che qualcuno mi ha imposto dall’esterno, oppure quelli che io ritengo siano i miei veri leader? Con questo titolo volevo mettere in risalto un aspetto che ritengo importante per chi, come me, è un britannico caraibico e che cresce attraverso un processo di assimilazione subendo una sovranità politica che non ha scelto ma che ha subito. Rappresentato da una regina da cui non si sente rappresentato e che invece avrebbe scelto un’altra regina che lo rappresentasse, se avesse potuto. Perché qualcuno, solo per il fatto di nascere in una determinata famiglia, acquisisce automaticamente determinati diritti e privilegi e, soprattutto, la possibilità di governare sugli altri?”

Un circolo chiuso quello che ci riconduce, passo dopo passo, al tema della rappresentatività. E non perché sia scopo di questo articolo ritagliare dalla realtà le informazioni che permettano di giungere a tali conclusioni, ma poiché, purtroppo e per fortuna, una delle caratteristiche di questa nuova scena jazz londinese è proprio la multiculturalità e, conseguentemente, un senso di inadeguatezza in una realtà eccessivamente unidirezionale, specialmente man mano che si salgono le scale e si arriva ai piani alti del condominio. Non tutte le rivoluzioni sono violente, ma tutti i rivoluzionari sono agguerriti e gli artisti di questa scena nujazz londinese hanno una necessità:

spargere più lontano possibile i semi dell’inclusività attraverso una musica che sia forte e incisiva, che sappia abbattere almeno qualche centimetro di quel temibile muro cementizio sorretto da pregiudizio e razzismo. E forse, tanta è la loro necessità di trasmettere questo messaggio, tanta è la nostra necessità che riescano nel loro intento.

ELISA FONTANA – Per adesso sono una studentessa di Comunicazione, Media e Pubblicità all’Università IULM e le mie passioni principali sono la musica, la scrittura e Ambrogino, il mio carlino. Il mio sogno è trovare un lavoro che abbia a che fare con la musica o, alla peggio, uno che mi consenta di ascoltarne molta.

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