Quando Harlem iniziò a disprezzare il jazz

1 APRILE 2020 | GIACOMO TOSCHI

Lo so, si fa fatica a crederci, affiancare la Mecca della comunità afroamericana e il disprezzo verso la musica Jazz sembra un’antitesi, un volo pindarico possibile solo utilizzando una certa dose di immaginazione. Sarebbe come se i tedeschi ad un certo punto della loro storia avessero smesso di apprezzare la birra, o se noi italiani, affezionati in maniera quasi morbosa alla nostra tradizione culinaria, iniziassimo ad odiare la pizza e la pasta. Eppure è tutto vero, come spesso accade, la realtà supera la fantasia e ci porta ad assistere a cose che sembrano fantascienza, che per noi sono un controsenso, ma vedrete che alla fine di questa storia tutto sarà chiarificato.

Per spiegarvi meglio ciò che accadde, devo prima fare un passo indietro, ampliare un attimo la prospettiva, e raccontare quali sono le cause che portarono la musica jazz dapprima ad Harlem, e poi in tutto il mondo.

Siamo negli Stati Uniti di fine ‘800, la schiavitù era stata abolita da un paio di decenni, ma tutte le comunità afroamericane (soprattutto negli stati del sud) erano ancora soggette ad una forte segregazione e a discriminazioni di altro tipo. Tuttavia quel genere musicale, che i “neri” avevano cristallizzato dai loro canti di schiavitù e dagli “Spiritual” che cantavano in chiesa per esorcizzare la loro condizione di povertà e di sofferenza, iniziava ad essere particolarmente apprezzata anche al di fuori della loro comunità, un po’ per il suo ritmo sincopato che portava la gente a ballare, e un po’ per il fatto che fatto che questo genere costituiva una vera e propria novità nel panorama culturale e sociale degli Stati Uniti.

(il discorso sulla nascita e lo sviluppo della musica jazz avrebbe bisogno di essere molto ampliato, ma non è questa la sede opportuna)

Fu così che le Territory Band, (antenate delle più moderne Jazz Band o Jazz Combo) cominciarono a girare in lungo e in largo gli Stati Uniti centrali e meridionali, per intrattenere le comunità americane nelle loro serate da ballo. È giusto precisare che in questo periodo storico gli USA, fatta eccezione per le poche grandi città del nord, sono una nazione prevalentemente rurale, che conduce una vita con pochi agi e molto sudore, e vede queste serate da ballo come unico momento di svago e aggregazione (non molto diverso da ciò che successe nella Romagna rurale degli anni ’20 e ’30, quando le orchestre di musica romagnola giravano le campagne per suonare e far ballare la gente nelle aie o nei granai).

King Oliver Jazz Orchestra

Sestetto di Secondo Casadei

Queste band americane furono per molti musicisti dell’epoca una maniera per farsi conoscere e per alcuni un vero e proprio trampolino di lancio. Infatti molti dei musicisti che hanno scritto, nei decenni successivi, la storia del jazz, militavano proprio in queste Territory Band in qualità di band leader o anche di semplici musicisti. Nomi del calibro di Duke Ellington, Louis Armstrong, Luther Anderson, Sidney Bechet, Cab Calloway e tanti tanti altri.

In questo clima umile e fervente al tempo stesso, molti musicisti ebbero modo di entrare in contatto tra loro, scambiandosi idee, influenze, in molti casi decidendo di creare nuove band eterogenee e di maggior qualità (il livello musicale delle Territory band era veramente molto variabile).

Insomma qualcosa di nuovo stava bollendo nella grande pentola degli Stati Uniti, ma tutto stava avvenendo sotto traccia, lontano dalla gloria e dalla ribalta. Queste Territory Band erano costrette a viaggiare per centinaia di chilometri con gli scarsi mezzi a loro disposizione per raggiungere luoghi sperduti dove suonare per pochi spiccioli.

Così la grande industrializzazione di inizio ‘900 che coinvolse le grandi città del Nord America (New York e Chicago su tutte) spinse moltissimi di questi musicisti a migrare verso questi poli, alla ricerca di un lavoro, di una condizione di vita più umana e di un mercato musicale all’interno del quale potersi muovere ed esprimere con maggiore dignità. In questo contesto, ad Harlem, (quartiere situato a nord di Manhattan) si forma tra il 1910 e il 1920 la più grande ed influente comunità nera di tutti gli Stati Uniti

I jazzisti di Harlem

Ed è proprio qui che il jazz e la cultura afro-americana hanno avuto modo di farsi conoscere dal grande pubblico. Ogni giorno centinaia di newyorkesi si recavano alla Grand Central Station per prendere la metropolitana “A” che portava direttamente nel cuore di Harlem. (come ci racconta Duke Ellington nella famosissima “Take the “A” Train”).

Qui i numerosi turisti potevano godere di un concerto all’ Apollo theatre (che lanciò cantanti del calibro di Ella Fitzgerald e Billy Holiday), oppure in uno dei numerosi locali da ballo come il Savoy, o il Cotton Club dove godersi uno dei numerosi Black and tan show: spettacoli in cui la cultura afro veniva celebrata nella sua forma più esotica e radicale; le musiche erano in stile jungle per ricordare le loro radici tribali, il locale era agghindato con vegetazione tropicale e le ballerine con i loro vestiti di piume oltraggiosamente corti facevano impazzire gli spettatori con i loro balli selvaggi e travolgenti.

Alla luce di queste premesse sarà più facile comprendere i motivi che portarono la Intellighenzia afro-americana all’inizio degli anni ’20 del ‘900, a pretendere dalla propria comunità e da se stessi un brusco cambio di rotta sociale e culturale, ponendo le basi per il movimento che prenderà il nome di Harlem Reinassance.

Per citare uno dei padri fondatori del movimento, il filosofo di colore Alain Locke, che nel 1925 pubblicò un saggio dal titolo “Enter the New Negro”: “è finito il tempo delle “aunties”, degli “uncles” e delle “mummies”, e altri stereotipi che da secoli mortificavano gli afro-americani.

Questo saggio venne poi pubblicato assieme a quelli di altri scrittori di colore, in un’antologia dal titolo “The New Negro”, dove venivano definiti i dettami di quello che doveva essere appunto il “nuovo Nero”, una persona dignitosa, autorevole ed orgogliosa delle proprie origini africane, in netta contrapposizione all’ “Old Negro”, abituato a “supplicare e strisciare”.

L’obiettivo era fare sì che il “nuovo Nero” puntasse ad alti risultati in campo artistico, facendovi poi leva per conquistare un proprio spazio integrato nella società bianca statunitense. Per citare un altro dei padri del movimento, James Weldon Johnson, “per abbattere il pregiudizio razziale nulla è più efficace del riconoscimento del contributo del Nero alla cultura americana”. La musica e l’arte afroamericane dovevano in sintesi, spogliarsi di quel carattere di mero intrattenimento per bianchi, ed elevarsi ad una forma che fosse più dignitosa e al servizio solo di se stessa. (per dirla all’inglese: “art for art’s sake”)

È proprio in questa nuova ottica che il jazz inizia ad essere visto sotto una cattiva luce dalle alte sfere della cultura afro-americana. La musica con cui la gente di colore si era conquistata la simpatia (ma non il rispetto) della gente bianca, non poteva più far parte del prototipo del “nuovo Nero”. Per i leder dell’Harlem Renaissance era infatti la decorosa tradizione dello spiritual la sola musica che avrebbe potuto elevare la loro razza. Quegli spiritual composti dai grandi compositori neri sulle musiche sacre della loro cultura, e cantati dai grandi interpreti di colore della musica classica, da cantare nelle grandi sale da concerto, assieme ai Lieder di Schubert o Schumann.

Si crea dunque una spaccatura profonda nella Black Culture tra gli artisti che “correggono il tiro” della loro produzione per raccontare al meglio la bellezza e la rigogliosità degli afroamericani, e coloro che invece non si sentirono investiti da questa responsabilità ed avendo già raggiunto il successo, decisero di proseguire per la loro strada. Due esempi su tutti, da una parte Duke Ellington, che si prodigò nella scrittura di diverse suite volte a raccontare ed esaltare la grande storia e la bellezza della comunità della Black Manhattan, ad esempio “Black, Brown and Beige” o “Harlem”, grazie alle quali si guadagnò l’ammirazione degli intellettuali del Rinascimento nonostante fosse un jazzista. Dall’altra parte, il grande Louis Armstrong, dapprima coinvolto nel movimento, che fu successivamente accusato di aver tradito la sua cultura diventando un cantante Swing (un po’ alla Sinatra per intenderci) e chiamandosi fuori da questa lotta culturale che la sua comunità stava affrontando.

La Harlem Renaissance, come movimento fisicamente attivo, ebbe in realtà vita breve. Il crollo dei mercati del 1929 gettò il noto quartiere di New York (assieme a tutti gli USA) in situazione di povertà e miseria talmente grave che tutti i discorsi che esulassero dalla lotta per la sopravvivenza smisero di avere significato.

Ciononostante l’importanza di questo movimento è innegabile, sia per la valenza che ha avuto negli anni nei quali ha avuto modo di esprimersi, sia come base per la successiva lotta per l’emancipazione degli afroamericani degli anni ’60 combattuta da movimenti come le Black Panthers e il movimento per i diritti civili guidato da Martin Luther King. A conferma di questa “onda lunga” troviamo nuovamente Duke Ellington che a cavallo tra il 1965 e il 1973 compose tre Concerti Sacri

Quindi, se Harlem ha deciso in un certo periodo di allontanarsi dalla musica jazz, (e abbiamo visto che è successo) lo ha fatto probabilmente come scelta estrema e necessaria nell’anelito all’emancipazione che le persone di colore negli Stati Uniti hanno dovuto inseguire per più di un secolo dopo l’abolizione della schiavitù (e che ancora oggi nonostante tutto non sembra completamente raggiunta).

Giunto alla fine di questo racconto, pensavo a quali conclusioni si potessero trarre da questa storia che ho appena raccontato, ma forse non ce n’è bisogno. È una storia che parla di dignità, di speranza, di sana ambizione, di uguaglianza e libertà. Soprattutto è una storia che parla di musica. Musica intesa come svago e intrattenimento, e musica intesa come catarsi e tensione verso la libertà. Allora più che una conclusione mi esce spontaneo un invito: perdetevi nella musica, abbandonatevi ad essa, lasciatevi trasportare fuori e dentro di voi perché la musica, se glielo permettete, può portarvi in posti inaspettati e spingervi verso risultati che altrimenti non avreste neanche potuto immaginare.

GIACOMO TOSCHI – 27 anni, santasofiese di nascita, cesenate di adozione. Laureato in sassofono classico presso il conservatorio B. Maderna di Cesena. Insegnante e membro attivo del gruppo EQU, GRAM sax 4et Swingolfato. Amo la musica ora più che mai perché è proprio nelle sue trame e nelle sue armonie che il mondo può riscoprire la libertà e la fratellanza.

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